Vitale – Di Giovine – De Crescenzo – Turco

La difesa del Regno.  Gaeta, Messina, Civitella del Tronto

prima edizione 2001

pagine 176

€ 16,00 – sconto Soci 30%

 

 

Perché combattevano gli ultimi difensori delle Due Sicilie a Gaeta, a Messina, a Civitella del Tronto? Questo libro ricostruisce globalmente gli avvenimenti e le condizioni politiche, logistiche e psicologiche in cui l’esercito napoletano si trovava.

Gli avvenimenti del 1860-61 come la successiva resistenza popolare, definita brigantaggio, a cui parteciparono uomini e donne di ogni ceto fin nelle più lontane province del Regno, subendo una repressione durissima ed indiscriminata, sono stati una fase epocale della storia contemporanea al di là di ogni oleografia risorgimentale vecchia e nuova.

Quei fatti, però, sarebbero deformati da una rappresentazione romantica, che ne presenti i protagonisti come tesi alla ricerca del “bel gesto”. I soldati che rifiutavano di arrendersi nelle ultime piazzeforti, come i briganti che li seguivano, in gran parte anonimi per la pallida memoria che ce n’è giunta, vissero un eroismo fatto di gesti concreti. Le ricerche qui raccolte sintetizzano le loro ragioni.

I giorni della difesa del Regno sono inquadrati nel contesto di una resistenza del Paese reale che, battendosi, difendeva l’identità storica e le antiche istituzioni delle Due Sicilie. Chiude la ricostruzione il giudizio che La Civiltà Cattolica diede su quegli avvenimenti.

Il libro è dedicato a Pietro Quandel, ufficiale di Stato Maggiore dell’Armata Napoletana, autore della cronaca Giornale della difesa di Gaeta, nel centenario della morte.

Il contesto storico

La difesa militare delle Due Sicilie ebbe il suo epilogo nelle tre fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Dopo la battaglia del Volturno (1-2 ottobre 1860), il re Francesco II e la regina Maria Sofia condussero dagli spalti di Gaeta l’estrema resistenza alla conquista, contrastando con tenacia, per circa cinque mesi i violenti attacchi da mare dei cannoni rigati dell’ammiraglio piemontese Cialdini.
Gaeta capitolò nel febbraio del 1861, perché il Re non volle prolungare oltre le pene dell’assedio ai suoi soldati e ai suoi popoli l’orrore di una guerra condotta dal nemico con sprezzante noncuranza delle regole dell’onore militare.
La difesa del Regno, però, non terminò con la partenza per l’esilio di Francesco II (14 febbraio 1861): essa continuò a Messina e a Civitella del Tronto. Fu soprattutto in quest’ultima fortezza che si rese evidente più che altrove lo stretto legame tra la resistenza militare, operata dall’esercito regolare, e quella resistenza popolare che la storiografia liberale definì ingiuriosamente brigantaggio. Bande di briganti appoggiavano le operazioni dei soldati, con informazioni sui movimenti dell’esercito sabaudo, con aiuto logistico sul territorio e con l’intervento diretto negli scontri armati col nemico. Dopo la resa delle fortezze, furono i briganti, nei cui ranghi confluirono molti militari che non vollero tradire il giuramento al Re indossando la divisa sabauda, a continuare la difesa del Regno.

Gli autori

Silvio Vitale, avvocato e politico napoletano, fondò negli anni ’60 la rivista L’Alfiere. Fu autore di numerosi saggi, tra i quali Il Principe di Canosa e l’ epistola contro Pietro Colletta, (Berisio, 1969) e l’introduzione al Discorso sulla decadenza della nobiltà (Krinon, 1992), dello stesso Canosa, del cui pensiero fu un profondo conoscitore. Per l’Editoriale Il Giglio, della quale fu cofondatore nel 1993 con un gruppo di studiosi ed appassionati della Storia della Due Sicilie, curò tra l’altro l’introduzione di Alla riconquista del Regno. La marcia del Cardinale Ruffo dalle Calabrie a Napoli (1994), di De Christen – Diario di un soldato borbonico nelle carceri italiane (1995), di 1799 Rivoluzione contro Napoli (1999) e fu autore di uno dei saggi di Napoli e le Spagne (1999).

Francesco Maurizio Di Giovine, appartenente ad un’antica famiglia di Lucera (Foggia), è un appassionato studioso della storia delle Due Sicilie. Redattore della rivista L’Alfiere, ha curato per Il Giglio il saggio introduttivo a La Tragicommedia (1993) e a L’Equatore, ed il volume 1799 Rivoluzione contro Napoli.

Gennaro De Crescenzo è nato a Napoli nel 1964. Docente di storia e letteratura in un liceo, è specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica e in Scienze della Comunicazione. Nel 1993 ha fondato l’Associazione culturale Movimento Neoborbonico. Appassionato ricercatore, ha pubblicato L’altro 1799: i fatti (Edizioni Tempo Lungo, 1999) e Le industrie del Regno di Napoli (Grimaldi, 2002). Per Il Giglio è autore anche di Ferdinando II di Borbone, di Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud e di I peggiori 150 anni della nostra storia.

Giovanni Turco è docente presso l’Università di Udine; baccelliere in teologia, è specializzato nel pensiero tomistico. Collabora con diversi Istituti universitari nell’ambito della storia della filosofia medievale e della filosofia etico-giuridica. Per Il Giglio ha curato il volume Brigantaggio legittima difesa del Sud. Gli articoli della Civiltà Cattolica 1861-1870 (2000) e ne ha scritto il saggio introduttivo; è autore con altri di Napoli e le Spagne. Inoltre, ha pubblicato il saggio L’identità nazionale italiana e La Civiltà Cattolica e il Risorgimento in La Rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento (Il Minotauro, 2001).

Il brano 

Pur non mancando documenti e resoconti sui drammatici mesi (tra 1860 e 1861) che videro l’estrema difesa del Regno delle Due Sicilie, a Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, l’attenzione del lettore contemporaneo registra tuttavia una duplice ineludibile esigenza di comprensione: disporre di una ricostruzione complessiva degli avvenimenti e mirare ad un inquadramento globale che ne connetta i diversi aspetti e ne evidenzi le motivazioni. È appunto a servizio di tali esigenze che nasce e si pone consapevolmente il presente volume.

La difesa delle fortezze del Regno, infatti, al di là dei singoli episodi particolari, richiede una visione d’insieme, capace di mostrare in quali condizioni – politiche, psicologiche e logistiche – l’esercito napoletano si batté, e soprattutto quale tipo di guerra dovette sostenere (non più sorretta dalle antiche consuetudini dell’onore militare, ma dalla convinzione che di fronte all’avanzata delle idee nate sul tronco della Rivoluzione francese nulla avesse il diritto di resistere, anzi di esistere). D’altra parte, la difesa dell’identità storica che si incarnava nelle antiche istituzioni, non ebbe solo un carattere propriamente militare, ma assunse anche le forme di una resistenza popolare – cui contribuirono uomini e donne di ogni ceto sociale – che divampò nelle più diverse e lontane province (ed andò incontro ad una repressione durissima ed indiscriminata, come testimoniano le cronache del tempo). Donde non fa fatica ad emergere l’immagine di un organismo storico-sociale – o meglio di un Paese reale – che resiste a ciò che gli risulta estraneo ed ostile non solo da un punto di vista politico ma ancor più in quanto si afferma con la pretesa di un radicale mutamento di segno ideologico.

Quegli avvenimenti sarebbero, però, certamente deformati da una rappresentazione romantica, che restituisse i protagonisti con i caratteri di individualità solitarie ed altere, alla ricerca del bel gesto per essere immortalate presso le generazioni future, ove l’eccezionalità si fa più singolare proprio perché disperata. I combattenti delle Due Sicilie, come emergono dalla ricostruzione che qui si apre, non furono nulla di tutto questo. Quegli uomini, in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dello “spirito del tempo”, né si fa dominare dallo schematismo dell’ideologia o dal fascino dell’utopia.

La memoria storica, certamente anche in questo caso, non può essere confusa con la manipolazione ideologica, si tratti delle pretese dell’ideologia del “progresso” come di quella del “regresso”. La memoria ha nella verità – e non in una prassi cui tutto subordinare come nel caso delle ideologie – il suo criterio e la sua ragion d’essere. È appunto l’esigenza della verità (ancor oggi difficile da documentare e da illustrare, a causa di un persistente atteggiamento manicheo che fa da sfondo a certa ben nota oleografia risorgimentale) che dà senso alla ricostruzione storiografica e che presiede alla redazione dei saggi qui raccolti. In questa prospettiva le ricerche che vi confluiscono si articolano in un percorso che coerentemente si snoda a partire dalla considerazione delle ragioni dei difensori del Regno, attraverso la ricostruzione dei giorni della difesa delle fortezze, per inquadrarne poi le vicende nel contesto di una diffusa reazione popolare. Chiude l’itinerario l’indagine sul giudizio che la prestigiosa rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica” – fonte particolarmente autorevole per la documentazione e la valutazione di quel torno di tempo – diede su quegli avvenimenti.

È questo un contributo per intendere una fase epocale della storia contemporanea, ove i termini reali dell’opposizione vedevano da una parte la tradizione, civile e religiosa, dei popoli della Penisola e dall’altra un’idea di Italia che si identificava nei suoi fautori con il mito dell’inveramento futurologico della Rivoluzione. Intendere quegli avvenimenti costituisce la premessa per ritrovare con “intelletto d’amore” la vitale fecondità della storia, ancor più significativa quando presenta la memoria di un eroismo spesso anonimo e sicuramente corale.

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