(Lettera Napoletana) La riconquista del Regno di Napoli da parte dei volontari dell’Armata della Santa Fede, guidata dal Cardinale Fabrizio Ruffo (13 giugno 1799) resta un insegnamento prezioso che fornisce indicazioni fondamentali per il riscatto del Sud.

Questo il contenuto dell’intervento dello studioso di dottrine politiche e saggista Guido Vignelli (“Il Sanfedismo ieri e oggi”) al convegno “Alli tridece de giugno….” svoltosi il 12 giugno scorso al Centro Ippico Montenuovo di Pozzuoli-Arco Felice (Napoli) per iniziativa della Fondazione Il Giglio e del Movimento Neoborbonico. Guido Vignelli ha pubblicato, insieme ad Alessandro Romano, “Perché non festeggiamo l’unità d’ Italia” (Editoriale Il Giglio, 2011).

Pubblichiamo una sintesi dell’intervento di Guido Vignelli che può essere scaricato integralmente dal sito Internet della Fondazione Il Giglio.

 “L’epopea sanfedista dimostra la crisi culturale e politica del Regno napoletano e della sua stessa monarchia nei decenni precedenti la Rivoluzione francese, l’inquinamento dell’ideologia rivoluzionaria fu favorito da una certa aristocrazia illuminista, da un certo clero modernizzante e perfino da alcuni esponenti della dinastia borbonica. Ciò spinse la borghesia alla rivalsa, l’aristocrazia alla diffidenza, il Re all’isolamento dal popolo”.

“Il Regno di Napoli era l’unico Stato italiano che aveva la capacità politica e militare di resistere all’invasione di un esercito potente come quello francese. Ma molti capi politici e notabili aristocratici erano o avversi alla guerra, o complici del nemico francese, o giacobini; pertanto molti di loro, compreso il vicario regio, o fuggirono, o si nascosero, o passarono al nemico”.

(….) “Una felice eccezione fu quella di un giovane capitano napoletano, che tentò di opporsi alla resa ai Francesi e alla consegna del potere ai giacobini, giungendo dapprima ad arringare il popolo e poi a favorirne la resistenza; quel giovane avrà un ruolo importante nella storia successiva: era il barone Antonio Capece Minutolo, poi principe di Canosa”.

L’epopea sanfedista dimostra quanto poté, per contro, la fedeltà del popolo napoletano alla sua patria e alla sua dinastia regia. Secondo uno storico liberale moderato come Rodolico, «Vi era, nella coscienza di quel popolo calunniato, un intimo, sia pur confuso, senso di giustizia, profondamente turbato da tradimenti, di cui esso era o credeva di essere vittima; vi era nell’animo di quel popolo un intenso affetto al proprio Paese, che vedeva calpestato dallo straniero”. (….)

La controrivoluzione dei Lazzari fu la più grande e tragica della storia italiana; il suo valore fu riconosciuto con stupore dagli stessi nemici. In essa, la resistenza diventò ribellione, poi guerriglia e infine guerra partigiana vera e propria, che mise in grave difficoltà l’esercito invasore. Fu la spontanea resistenza popolare a spingere il Re, dopo la fuga e la resa, a tentare di riconquistare il Regno che sembrava perduto, affidandone il compito al cardinale Ruffo.

(…..) “L’epopea sanfedista dimostra l’importanza della propaganda politica. Se la propaganda giacobina favorì il crollo del Regno, la propaganda controrivoluzionaria ne favorì la riconquista. Gli insorgenti infatti non si limitarono all’azione militare ma curarono anche quella propagandistica. A Napoli, ad esempio, durante la Repubblica giacobina, le Unioni Realiste furono una società semisegreta organizzata da funzionari borbonici deposti che alimentarono con la stampa la ribellione popolare contro gl’invasori e i loro complici. La Compagnia dei Bollettini fu un’altra organizzazione borbonica che s’impegnò a diffondere volantini, manifesti, poesie e perfino vignette satiriche che informavano e denunciavano le ruberie, le oppressioni e le stragi della Repubblica Partenopea”. (LN89/15)

 

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