Garibaldi, un mito inglese

 

La costruzione del mito di Garibaldi meriterebbe uno studio approfondito. Che in essa abbia avuto un ruolo determinante la massoneria alla quale Garibaldi apparteneva con il grado di Gran Maestro, è rivendicato dalla stessa setta.

«La sua appartenenza alla massoneria – ha affermato in una conferenza stampa il prof. Aldo Alessandro Mola, docente di Storia Contemporanea all’Università di Milano e storico “ufficiale” della massoneria – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, soprattutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexander Dumas, che ne esaltarono le gesta» (Ansa, 4.7.2009).

«Per riproporre la sua figura al centro della cultura del Paese – ha aggiunto lo storico della massoneria – il rito scozzese ha investito molto negli ultimi anni» (Ansa,4.7.2009).

Al seguito della spedizione di Garibaldi, dalla Sicilia a Napoli, viaggiavano giornalisti inglesi – tra essi l’inviato di “The Times” – che alimentavano la leggenda del condottiero invincibile e dell’eroe. In realtà la storia personale di Garibaldi è fatta di numerose sconfitte e, soprattutto, di battaglie combattute per cause ben poco nobili al servizio delle grandi potenze e di quelli che oggi si chiamano i “poteri forti”. Il saggio Contro Garibaldi di Gennaro De Crescenzo (Editoriale Il Giglio, Napoli 2006) ha ricostruito i trascorsi del nizzardo in America Latina.

«Una lettura più attenta delle fonti rivela la verità delle sue imprese in Sud America – scrive De Crescenzo – una lunghissima serie di atti di pirateria contro le navi cattolico-ispaniche e di saccheggi ai danni di contadini e allevatori locali dei paesi rivieraschi” [p.14]. (…) Protetto dall’Inghilterra, che punta a consolidare il proprio monopolio commerciale [Garibaldi] avrà il compito di catturare o distruggere tutte le navi argentine, mercantili e da guerra, con la possibilità contrattualizzata di ricevere una parte dei bottini, secondo una consuetudine diffusa tra i corsari» (pag.15).

«Garibaldi – riconosce lo storico liberale Paolo Macry – ha importanti sponsor che, all’inizio, non sono soltanto o prevalentemente italiani. La sua icona nasce sotto l’ombrello inglese. (…)

A Londra, nel 1864, il nizzardo verrà festeggiato da mezzo milione di persone e il suo corteo impiegherà cinque ore per fare una manciata di chilometri. Ma il feeling con gli inglesi nasce prima. Garibaldi arriva in America Latina negli anni Trenta (…) È in questa stagione che, grazie ai suoi mercanti, l’Inghilterra mette radici a Rio de Janeiro e a Buenos Aires, mentre simmetricamente emergono personaggi come l’argentino Juan Manuel de Rosas – che sono gli alfieri dell’indipendenza del subcontinente dalle ingerenze europee.

Ebbene, nei suoi anni americani, il futuro eroe dei due mondi si trova ad essere compartecipe delle strategie geopolitiche occidentali combattendo con inglesi e francesi proprio contro l’Argentina di Rosas. Alla metà degli anni Quaranta i giornali di Buenos Aires appaiono scatenati contro il nizzardo, al quale attribuiscono saccheggi, violenze sui civili e profanazioni di luoghi sacri, come nel caso della conquista di Colonia, città posta sul Rio de la Plata. “Gringos piratas”, “corazones de gallinas”, “brigantes” sono gli appellativi che riservano ai combattenti italiani.

Agli occhi dell’opinione pubblica anticoloniale, l’intreccio fra Garibaldi e gli inglesi è imperdonabile» (Paolo Macry, “Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi”, Il Mulino, Bologna 2012, pagg. 53-54).