(Lettera Napoletana) “Non vogliamo politicizzare questo referendum”. Lo diceva quattro giorni prima del voto un senatore di Fratelli d’Italiaad un giurista intervenuto per difendere le ragioni del SÌ a un dibattito sul referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026.
La causa principale della sconfitta del SÌ è in questa frase, la sintesi della strategia elettorale del Governo di centrodestra. Il concetto della “spoliticizzazione” è stato ripetuto insistentemente da tutti i leader dello schieramento del SÌ.
Ma come può essere privo di implicazioni politiche il voto su una riforma proposta da un Governo? E si può chiedere agli elettori di votare su questioni tecnico-giuridiche (separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, riforma del sistema di elezione del Consiglio Superiore della Magistratura) al di fuori del contesto politico del Paese? Evidentemente no, ma è quello che hanno fatto i partiti del centrodestra e gran parte dei loro opinionisti.
La minoranza politica organizzata
Al referendum si sono affrontati, da un lato, una minoranza ideologicamente compatta e organizzata, in partenza minoritaria (tutti i sondaggi di opinione fino a sei mesi fa davano vincente il SÌ) guidata da un nucleo forte di pubblici ministeri delle correnti di sinistra dell’ANM, il sindacato unico dei magistrati, in particolare Magistratura democratica (MD), fondata nel 1964 a Bologna da magistrati comunisti, e, dall’altro, uno schieramento variegato, dove dissidenti di sinistra, radicali e giuristi privi di richiamo per gli elettori del centrodestra venivano esibiti come testimonial, mantenendo la campagna su un piano essenzialmente teorico.
Magistratura Democratica teorizza che il giudice non è neutrale, il diritto non è solo tecnica e applicazione delle leggi, ma una scelta politica ispirata dalla Costituzione, e l’art. 3, comma 2, della Costituzione (“rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…”) deve guidare l’interpretazione delle leggi. Il magistrato deve essere un garante dei “diritti sociali”. Questi ultimi vengono definiti dalla politica.
Il magistrato, inoltre, deve esercitare un ruolo di “supplenza” nei confronti di una politica giudicata deficitaria e compromessa, perché espressione degli interessi della borghesia (intesa marxisticamente come la classe che detiene gli strumenti di produzione).
Affiancata da altre correnti di sinistra, come AREA,nata del 2012, MD è riuscita a egemonizzare il sindacato dei magistrati applicando il concetto di Lenin e Gramsci di “maggioranza politica”. Per Lenin, la maggioranza è un concetto qualitativo e non numerico; per Gramsci, la maggioranza politica è parte decisiva dell’egemonia che il partito comunista deve esercitare. Per entrambi, la maggioranza politica deve orientare l’azione collettiva indipendentemente dal numero dei consensi raccolti.
Nella campagna elettorale per il SÌ, la realtà dello scontro politico, in atto da decenni tra un’ala militante della magistratura associata – certo minoritaria ma non composta da “pochi giudici politicizzati”,come ripetono i politici del centrodestra – e i partiti moderati, è stata nascosta con il risultato di demotivare gli elettori del centrodestra. PM e sinistra politica, invece, hanno chiamato alla mobilitazione “antifascista”, in “difesa della Costituzione”, contro l’“asservimento alla politica della magistratura”.
Il Governo di centrodestra ha affrontato un nemico politico irriducibile, che non ne riconosce neanche l’esistenza legittima (significativi i festeggiamenti per la vittoria del NO nel Tribunale di Napoli, al canto di Bella Ciao), tentando di costringerlo sul piano del dibattito giuridico e ha pensato che il suo elettorato (già piuttosto deluso dall’azione di Governo) lo avrebbe seguito. Poi ha puntato sul dissenso, numericamente limitato, di qualche giurista e qualche politico della sinistra.
La subalternità dei moderati
All’interno dell’ANM, le ultime elezioni per il Comitato direttivo centrale, a fine gennaio 2025, avevano visto la vittoria di Magistratura Indipendente (MI), corrente dei magistrati di orientamento moderato e conservatore, che ha ottenuto il presidente del CDC. Una parte consistente dei magistrati di MI non era contraria alle ragioni del SÌ, come parecchi magistrati non iscritti a nessuna corrente. Ma le posizioni dell’ANM,il vero motore della campagna elettorale per il NO, si sono allineate a quelle di MD, che ha imposto la propria egemonia.
Le dimissioni del presidente dell’ANM, Cesare Parodi, di MI, il 23 marzo, mentre cominciava lo spoglio dei voti, fotografano la situazione di subalternità e di impotenza dei giudici di tendenza moderata all’interno del loro sindacato.
La sconfitta – insegnano i teorici della guerra – è tale quando ci si sente sconfitti.
È quello che rischia adesso il centrodestra, se non ci sarà un’analisi seria delle ragioni del risultato elettorale e verranno prese per buone le spiegazioni interessate che mass-media e politici di sinistra propongono, con una tecnica di matrice comunista, che prevede che chi esercita l’egemonia orienti anche l’opposizione.
Il voto del Sud
Viene enfatizzata la vittoria del NO nelle regioni del Sud, che fa segnare percentuali ben al di sopra della media nazionale del NO (54,3), e si finge di ignorare che le percentuali alte sono gonfiate dall’astensionismo, molto più alto della media nazionale.
A Napoli, su 711.257 elettori, hanno votato in 352.422, cioè il 49.5%.
La media nazionale è stata del 58,9%. La percentuale del NO sul totale è stata del 37,2% (cfr. Eligendo – Ministero degli Interni).
In Campania (4.450.547 mila elettori), ha votato il 50,3%. Il NO ha raccolto il 32,6 dei voti.
A Palermo ha votato il 48,1%. Qui il NO ha avuto il 33,06% del totale degli elettori.
In Sicilia ha votato il 46,1% degli elettori e il NO ha raccolto il 27,9%.
Oltre il risultato del referendum
Nonostante la sconfitta elettorale, il referendum ha fatto emergere una reazione significativa nei confronti dell’oppressione ideologica giudiziaria. Diversi magistrati sono usciti allo scoperto prendendo posizione per il SÌ alla riforma e contro l’oligarchia ideologica e settaria delle correnti.
Questi magistrati anticonformisti non vanno abbandonati alla rappresaglia degli agitatori del NO, ma sostenuti.
Un sindacato unico come l’ANM non può rappresentare i magistrati indipendenti e non allineati politicamente. Va incoraggiata la nascita di una nuova associazione sindacale. Quanto ai componenti del CSM di nomina politica, vanno scelti tra giuristi e studiosi non condizionati dalla dittatura del pensiero unico dominante.
La vittoria di una minoranza estremista che si è impadronita delle leve di comando della magistratura può essere contrastata dentro e fuori l’ambiente giudiziario facendo leva sull’avvocatura che si è battuta per il SÌ e subisce in prima persona il disagio dello strapotere dei pm. Ma bisogna cominciare a raccontare la verità al Paese. (LN187/2026)