(Lettera Napoletana) Diversamente da quanto si può pensare e da quanto tanti musulmani ritengono, le origini della concezione islamica della finanza non sono nel Corano, né nei libri sacri dell’Islam, ma nei Monti frumentari e nei Monti di Pietà che il solidarismo cattolico ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa fece nascere in Italia e in Germania con le Casse rurali, cooperative di credito rurale.
Lo documenta un saggio di Giovanni Giuffrida, avvocato e collaboratore dell’Università Kore di Enna (La finanza islamica. Islamizzazione della finanza. Giappichelli, Torino 2025, pp. 220, € 35; e-book € 29,99).
La nascita della finanza islamica risale agli inizi del ‘900. «La causa – scrive Giuffrida – fu uno scontro di civiltà nel settore bancario tra mondo musulmano e mondo occidentale (…) quando la popolazione dei Paesi islamici delle colonie britanniche si ribellò culturalmente alle banche occidentali, le quali esigevano e imponevano l’interesse nei prestiti in denaro».
Il principio cardine che la ispira è il divieto di applicazione dell’interesse (in arabo, riba). Per l’Islam, infatti, il trascorrere del tempo non può determinare un aumento di guadagno di denaro. Quest’ultimo «deve essere guadagnato attraverso il sudore della fronte».
«Ma non si può dire che la finanza islamica sia nata direttamente dal Corano e dai libri sacri dell’Islam» – osserva l’autore –piuttosto la sua origine«va individuata soprattutto nel contatto con la cultura solidale di fonte cattolica occidentale».
Nel 1961, nel villaggio egiziano di Mit Ghamr nacque la prima banca islamica moderna, la Ghamr Savings Bank, fondata dall’economista Ahmad El Najjar. La banca, che tra il 1964 e il 1967 aprì alcune filiali, non applicava interessi, raccoglieva depositi di risparmio, funzionava sulla base della condivisione di profitti e perdite, e finanziava attività produttive locali.
«El Najjar – scrive Giuffrida – portò integralmente nel mondo islamico l’esperienza finanziaria delle cooperative delle casse rurali».
Nate in Germania, questo tipo di banca si sviluppò principalmente in Italia alla fine dell’‘800 come reazione al liberalismo imposto dal Piemonte.
Secondo dati dell’autore del saggio attualmente gli scambi economici generati dalle istituzioni finanziarie islamiche sono meno del 3% di quelli globali e ammontano a due miliardi di dollari. La previsione è di un aumento a breve termine fino a tre miliardi.
La crescita non nasconde però i problemi della finanza musulmana. Il primo è proprio quello del tasso d’interesse, ma anche la suddivisione del rischio tra banca e cliente è fonte di difficoltà perché «nella realtà la banca si assume un maggiore rischio rispetto all’imprenditore finanziario, poiché l’Istituto di credito deve preoccuparsi, oltre alla restituzione del debito anche del buon andamento dell’attività che è stata appena finanziata».
In realtà le banche islamiche «stanno aprendo le porte a mascherate forme di riscossione di interesse». Altro problema fondamentale, soprattutto per la finanza pubblica, sono i limiti all’attuazione di politiche monetarie. Il tasso di interesse, infatti non può essere aumentato o diminuito secondo necessità, perché viene considerato come riba, un guadagno ingiusto. (LN186/26)
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