(Lettera Napoletana) Il Convegno di Gaeta (10-12 aprile 2026), organizzato dal Movimento Neoborbonico con la collaborazione di diverse associazioni legittimiste e identitarie, tra le quali la Fondazione Il Giglio, si è concluso con l’alzabandiera su quella che durante l’assedio piemontese del 1860-61 era la batteria “La Favorita” e difendeva il fronte di mare.
Un breve video sulla cerimonia pubblicato su Facebook ha raccolto molti consensi e fornisce interessanti elementi sull’ambiente neoborbonico, legittimista e “meridionalista”, un termine, quest’ultimo, con il quale si indicano posizioni culturali e politiche molto diverse.
La forza dei simboli
Oltre 2500 sono stati finora i likes per il video dell’alzabandiera. I commenti sono i più di 300. Quelli negativi – per la maggior parte semplici insulti o giudizi sprezzanti – sono il 6% circa. Esaminandoli, ci si accorge che per la maggior parte provengono da profili fake (falsi), duplicati, oppure troll (profili con il compito di provocare, litigi e disturbare la discussione tra gli utenti). Il numero di tali profili, su tutti i social media è in forte aumento. Alcune stime arrivano a calcolare il 50% del totale dei profili. Meta, proprietaria della piattaforma Facebook, fornisce stime molto più basse (10-15%) ma ammette che ogni anno sono milioni i falsi profili che vengono cancellati.
Molti gli elogi e i complimenti per la cerimonia, ancora più numerosi i “Viva ‘o Rre!”, “Viva i Borbone”, “Viva il Regno delle Due Sicilie”, ecc. Intorno al 5-6% i commenti di taglio politico (che attaccano la Lega, invocano un partito meridionalista, o invitano ad iniziative “contro il Nord”).
Il futuro della battaglia per il Sud
Al Convegno di Gaeta una sessione è stata dedicata al dibattito (che si trascina da diversi anni) sulla nascita di un partito del Sud. Non sui modi di influire sulla politica, ma sulla nascita di un partito come modalità esclusiva per poter svolgere un’azione di carattere politico.
Intanto si deve riflettere sul fatto che un “partito del Sud”, con questa denominazione esiste dal 2007 ed ha raccolto in circa 20 anni di attività solo frazioni di punti percentuali in termini di di consenso quando è riuscito a presentarsi alle elezioni.
Quanto al “Movimento per l’Equità Territoriale”, fondato nel 2019, ha presentato liste in alcune elezioni locali raccogliendo percentuali molto basse (alle Comunali di Napoli, nel 2021, lo 0,31%). Alle politiche del 2019 Equità Territoriale si è presentato con la lista “Pace Terra Dignità”, organizzata dal giornalista Michele Santoro e dal cattolico progressista Raniero La Valle e sostenuta da Rifondazione comunista. La lista ha raccolto il 2,21% e non ha ottenuto nessun seggio.
Si può obiettare che i due partiti e movimenti hanno una chiara matrice ideologica, con una scelta di campo nella sinistra comunista e post-comunista e che il loro “meridionalismo” piuttosto che mettere in discussione l’unificazione dell’Italia e i modi in cui si è svolta, si concentra nella polemica contro la Lega e, in passato, anche contro Forza Italia, accreditati come partiti “nordisti” in contrapposizione con Pd, Movimento 5 Stelle, Rifondazione comunista, Potere al Popolo ed altre formazioni di estrema sinistra, accreditati invece come possibili alleati per una politica “meridionalista”. Scarsa o inesistente la sensibilità verso la Storia preunitaria dell’attuale Sud dell’Italia e il Regno delle Due Sicilie, e l’interesse storico per i Borbone, che il maggiore teorico comunista italiano, Antonio Gramsci, liquidava come esponenti di una Monarchia “folkloristica”, “provinciale” e “anacronistica” (cfr. “Quaderni dal carcere”, q.14 (I) § 7).
Ma se una nuova formazione sudista rinunciasse alla matrice ideologica marxista, e si ponesse fuori dalla falsa dialettica destra-sinistra, sarebbe utile e avrebbe possibilità di successo?
Non sarebbe utile. I partiti oggi sono molto indeboliti: al loro interno contano soprattutto gli eletti capaci di raccogliere voti e di assicurare finanziamenti, più dei dirigenti. Quanto al parlamento, non è il luogo del potere politico e neanche della rappresentanza. Anche ammesso che il nuovo partito riuscisse a ottenere qualche deputato o senatore (ma bisognerebbe superare lo sbarramento elettorale del 3% e raccogliere almeno 75mila firme autenticate per la Camera e almeno 35mila per il Senato per poter presentare le liste, il suo peso sarebbe ininfluente, la presenza in parlamento sarebbe del tutto marginale con un effetto delusione degli elettori che avrebbe un impatto fortemente negativo sulla battaglia per il Sud.
Come fare politica al di fuori dei partiti
La strada possibile non è quella di un chimerico partito. Con realismo, cominciando dal livello locale ed escludendo aspiranti allo stipendio di deputato, riciclati di vari partiti, e dilettanti allo sbaraglio si possono organizzare liste civiche.
Una lista civica non ha una matrice ideologica, ma rappresenta gli interessi delle famiglie, delle categorie, delle professioni, delle imprese del Sud. È quello che si definisce il Paese reale. È in questo ambito che vanno scelti i candidati.
Nel programma delle liste civiche, ciascuna autonoma dalle altre, deve esserci: la rivalutazione della Storia del Sud, partendo da quella locale, la difesa dei prodotti del Sud, il cambio della toponomastica, il sostegno a imprese e banche con la direzione sul territorio meridionale. Ciascuna lista civica è autonoma, ma gli obbiettivi sono comuni. La prospettiva può essere una confederazione di liste salvando l’autonomia ma mettendo in comune le informazioni e le esperienze.
In un consiglio comunale, in un consiglio regionale, un eletto civico può fare sentire la propria voce, aiutandosi con i media locali e supportato dai social media.
E intanto che si organizzano le liste civiche, una alla volta e partendo dai centri dove ci sono i quadri per poterle organizzare (che sono più importanti e vengono prima degli elettori), qualcosa di può fare: patteggiare con singoli candidati la rappresentanza di alcune battaglie identitarie (toponomastica, monumenti, prodotti locali). Se negli anni ‘90 per farsi eleggere al Consiglio comunale di una grande città occorrevano migliaia di voti, oggi ne bastano centinaia, e chi è in grado di orientare qualche centinaio di preferenza ha la forza per poter contrattare.
A preparare l’iniziativa politica e a renderla possibile è la battaglia culturale sulla Storia e la memoria storica delle Due Sicilie e del Sud in generale. È la conoscenza della Storia che consente di giudicare la politica. “La Storia è una politica sperimentale”, insegna Joseph de Maistre (cfr. “Saggio sul principio generatore delle Costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane”,Edizioni Fiducia,Roma 2021).
E la battaglia per recuperare la verità della nostra Storia, che è parte della nostra identità è stata combattuta negli ultimi 30 anni dal Movimento Neoborbonico e da altre associazioni e gruppi legittimisti, tradizionalisti, identitari (e non genericamente “meridionalisti”).
È stata una battaglia determinante, che ha avuto l’effetto di cambiare il giudizio comune di tanti meridionali (e non solo) sui Borbone, sull’unificazione dell’Italia, sui miti del cosiddetto Risorgimento. Quei meridionali che adesso si emozionano vedendo la bandiera con i gigli che si alza e scrivono su Facebook “Viva ‘o Rre!”. (LN188/26).