Il Comitato per la Verità Storica si è costituito nel 1999, in occasione delle scandalose celebrazioni per la cosiddetta Repubblica Partenopea, costate due miliardi di lire dell’epoca sperperati per lo più in inutili convegni, nei quali furono ripetute le solite menzogne sui “lazzari” e sui “patrioti” giacobini, i traditori che aprirono le porte del Regno all’invasore straniero, e sulla “decapitazione della classe intellettuale napoletana, causa dell’arretratezza che ancora oggi affligge il Sud”.

Il Comitato iniziò allora la battaglia per la ricostruzione della verità sul Regno delle Due Sicilie, affermando la necessità di una lettura integrale della storia senza nascondere ed ignorare il ricchissimo repertorio di fonti documentarie che giace negli archivi, inutilizzato perché in dissonanza con l’interpretazione ideologica e stereotipata del passato più lontano del Sud fino al risorgimento e all’unificazione italiana.

Nel 1999, il Comitato per la Verità Storica uscì nettamente vincitore dallo scontro con gli “storici” ripetitori di falsità, nonostante questi avessero dalla loro parte mass media compiacenti ed Istituzioni conniventi. Non avevano dalla loro parte, però, la forza della verità, l’inoppugnabilità dei documenti, il coraggio della coscienza pulita, e provocati e sollecitati per un intero anno, nessuno di essi accettò di confrontarsi in campo aperto, di fronte alla stampa o alle telecamere.

Nel 2007 la storia si è ripetuta senza variazioni: nuove “celebrazioni” di Stato per un nuovo bicentenario, quello della nascita di Garibaldi, ancora una volta pagate dai contribuenti, indette escludendo qualunque spazio per una riflessione che non fosse celebrativa. Ancora una volta fiumi di retorica sono stati versati per ripetere le menzogne già mille volte scritte sul Regno delle Due Sicilie e sui Meridionali.

Nuovamente, studiosi veri, che svolgono vera ricerca storica negli Archivi, hanno chiesto a gran voce di rinunciare alla vuota ripetizione retorica per privilegiare lo studio rigoroso delle fonti, valorizzare quelle finora misconosciute, nella prospettiva di una lettura non ideologica della storia e della figura di Garibaldi. Anche questa volta, lo scontro, ugualmente impari, è stato vinto da chi la storia la conosce attraverso i documenti e non attraverso gli slogan di loggia. Soprattutto, è stato vinto, bisogna riconoscerlo, per abbandono dell’avversario: le celebrazioni garibaldine, infatti, già piuttosto evanescenti e sottotono, sono finite nel nulla senza che alcuno se ne accorgesse.

Nel 2009, nel 150° anniversario della morte di S. M. Ferdinando II di Borbone Due Sicilie, il Comitato per la Verità Storica ha aperto ufficialmente la campagna per restituire ai Meridionali, e a tutti gli Italiani, la verità sull’ “epopea risorgimentale” in vista dello scontro con la storiografia ufficiale sull’ “unità d’Italia” (1861-2011).

Nel 2011, infatti, il Comitato ha sostenuto in tutta la Penisola la grande battaglia perché dopo 150 anni dall’unificazione si cominciasse  finalmente a scoperchiare il calderone delle menzogne dette e scritte sul Regno delle Due Sicilie e sulle vere cause della devastazione risorgimentale. Le associazioni e i singoli studiosi che hanno aderito al Comitato hanno tenuto centinaia di incontri ed hanno partecipato a decine di confronti con il fronte avversario, in tutte le regioni italiane.

Anche questa volta, nonostante la disparità di forze e di finanziamenti (gli stanziamenti pubblici, erogati da un Comitato nazionale di 31 garanti, presieduto dall’ex presidente  Carlo Azeglio Ciampi, e avviati addirittura tre anni prima dell’anniversario, hanno raggiunto la cifra astronomica di un miliardo di euro) il fronte delle “celebrazioni” ha dimostrato di avere ben poco da dire rispetto alla mole di documenti sui quali si sono rette le argomentazioni del fronte revisionista.

Anzi, questa volta c’è stato un elemento ulteriore. Sono stati pubblicati, infatti, studi di Istituti di ricerca accreditatissimi, come il CNR e lo Svimez ma anche Università straniere,  hanno pienamente confermato con i dati ufficiali d’epoca le tesi troppo facilmente liquidate come “neoborboniche”: il Sud era prospero e in pieno sviluppo fino al 1860 e il suo decadimento economico e sociale è iniziato soltanto dopo l’unità d’Italia. 

Tali erano la ricchezza diffusa e la solidità dei diversi settori economici che per un decennio ancora il Sud riuscì a resistere alla rapina delle casse pubbliche e private, all’esorbitanza delle tasse gravate in più dall’assurdo “debito di guerra”, all’occupazione militare e alle leggi speciali, alla cancellazione dei progetti infrastrutturali, alla chiusura delle scuole e delle università. Il declino inesorabile iniziò nel 1870 e da allora non si è più fermato.

Il fallimento delle celebrazioni dell’unità d’Italia e lo scarso interesse nel quale l’anniversario è trascorso hanno testimoniato una volta di più che le nazioni non si costruiscono con la violenza e la menzogna e che le radici dei popoli restano vive anche se sommerse dal fango.