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Collana Saggi - Contro Garibaldi |
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Gennaro De Crescenzo
Contro Garibaldi appunti per demolire il mito di un nemico del Sud Collana Saggi, 2006 prima edizione 2006 pp. 104€ 8,00 - sconto Soci 30% 
Un Paese senza identità nazionale, privo di simboli comuni ed accettati ha bisogno di miti. Quello dell’ “eroe dei due mondi” è stato fabbricato dalla storiografia risorgimentale, espressione della piccola minoranza ideologica che unificò l’Italia. Usurato dal tempo, incapace di suscitare entusiasmi, il mito di Garibaldi, in tempi più recenti, è stato riproposto in chiave politica da chi era alla ricerca di una legittimazione del proprio potere. Ecco perché “parlare male di Garibaldi” è politicamente scorretto: perché è in contrasto con la pretesa di un significato identitario ed unitario del risorgimento che dovrebbe fondare una “memoria storica condivisa”. Ma le vicende del Paese, a partire dal sottosviluppo economico e dalla subalternità culturale dell’attuale Mezzogiorno, l’antico Regno delle Due Sicilie, continuano a riproporre quotidianamente ed impietosamente i nodi non sciolti dell’unificazione. Di Garibaldi, che fu lo strumento di quella unificazione, bisogna dunque parlare per forza. La nostra scelta, nel 2007 anno del bicentenario della nascita, è quella di parlarne fuori dal mito e dall’agiografia, fuori dalla retorica vecchia e nuova. Sulla base, cioè, di documenti e fonti storiche misconosciute ed occultate e non di pregiudizi ideologici. Per il Sud discutere seriamente di Garibaldi e della sua “impresa” è un passaggio obbligato: significa fare i conti con il proprio passato e, insieme, porre le premesse del proprio riscatto. 
Sulla figura di Garibaldi e del suo ruolo nella vicenda risorgimentale sono state date interpretazioni non sempre omogenee che, pur riconoscendolo sempre come eroe dell’unificazione italiana, hanno proposto sfumature diverse del personaggio, illuminandone alcuni tratti piuttosto che altri. Chi fu, dunque Garibaldi? L’eroe che dedicò la vita a combattere per ideali di libertà e di giustizia? Oppure lo strumento inconsapevole di una trama di potere ordita da massoni e liberali per impossessarsi dell’intera Penisola? O ancora, il rivoluzionario che collaborò attivamente alla conquista del Regno delle Due Sicilie, condividendo pienamente gli scopi e i mezzi delle forze unitariste? La risposta a queste domande sarà la chiave per rileggere l’impresa risorgimentale e le sue conseguenze che giungono fino ai nostri giorni.
Gennaro De Crescenzo è nato a Napoli nel 1964. Docente di storia e letteratura in un liceo, è specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica e in Scienze della Comunicazione. Nel 1993 ha fondato l’Associazione culturale Movimento Neoborbonico. Appassionato ricercatore, ha pubblicato L’altro 1799: i fatti (Edizioni Tempo Lungo, 1999) e Le industrie del Regno di Napoli (Grimaldi, 2002). Per l’Editoriale Il Giglio, è autore con altri di La difesa del Regno.

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«Chiarita, comunque, la farsa del plebiscito, tutta la retorica del consenso intorno a Garibaldi e al “risorgimento” nel nostro Sud potrebbe essere smantellata dai dati relativi ai napoletani e ai meridionali chiusi in prigione durante il “regime” borbonico e durante la “liberazione” unitaria. Illuminanti, in tal senso, le inedite cifre riportate tra le carte sempre dell’Archivio di Stato di Napoli. “Tutte le carceri rigurgitano di detenuti nelle grandi città come nelle piccole borgate: nuovi edifici sono stati dappertutto destinati ad uso di carceri. E’ pubblica fama che nella sole città si noverino 16.000 carcerati. Nell’ultimo settennio [tra il 1852 e il 1859] in tutte le carceri di Napoli il numero di detenuti di tutte le categorie non oltrepassò mai i 1560”. Vengono citati, per una maggiore precisione, le medie dei dati relativi agli ultimi sette anni del governo borbonico nelle singole prigioni: “Vicaria 900-600, San Francesco 400-350, Santa Maria Apparente 100-60, Concordia 50-40, Santa Maria Agnone 110-90, totale 1560-1140!”. Un’altra fonte riporta dati ancora più precisi: 7115 i detenuti a Napoli, nelle province e nelle isole al 31 agosto 1860; 18.472 al 30 settembre del 1860, appena 23 giorni dopo l’arrivo dei liberatori garibaldini a Napoli. A queste cifre, per rendersi conto della loro enormità, bisogna aggiungere un altro dato importante: la scarcerazione di quasi tutti i detenuti del periodo borbonico (non solo politici) durante la dittatura garibaldina. Sulle condizioni dei carcerati è utile riportare le parole di un cronista del tempo che, reduce da una visita delle carceri siciliane, riferisce di “prigionieri ignudi, ricoperti di piaghe e insetti” e che dormivano “sul selciato”. Era la conseguenza ovvia (nonostante l’apertura di nuove strutture carcerarie) di un “accalcamento” che non aveva precedenti nella storia del Regno. Sempre in merito alle loro condizioni, da sottolineare anche che i Borbone consentivano ai parenti anche due visite al giorno, “sotto il regime della libertà”, invece, le visite si riducevano a tre per settimana. Eppure nessuno arrivò a parlare di “governi-negazioni di Dio”, come avevano fatto gli inglesi qualche anno prima iniziando l’interessata demonizzazione dei Borbone. Nessuno trovò la forza e il coraggio di denunciare una situazione davvero insostenibile che preannunciava le violenze e i massacri ancora più devastanti subiti dagli antichi popoli duosiciliani quando, definiti con disprezzo “briganti”, continuarono la loro lotta per la liberazione della loro antica patria con una motivazione (visti i tempi così rapidi di reazione e immediatamente successivi all’arrivo di Garibaldi nei nostri confini) inequivocabilmente politica e anche religiosa, in difesa dei valori e delle tradizioni cristiane che nessuno prima di allora, nella plurisecolare storia della nostra terra, aveva minacciato, colpito e offeso come i nuovi invasori. Bastava davvero poco per essere arrestati e tenuti in galera per mesi interi senza nessun tipo di garanzia o di processo. Una lettura superficiale delle carte del Ministero dell’Alta Polizia del tempo ci chiarisce la misura del dissenso dei napoletani e dei meridionali di fronte all’arrivo dei “liberatori”. Sono centinaia in pochi mesi i casi di rivolte, manifestazioni, retate o inchieste dal giorno stesso dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Si alternano “voci sediziose al grido di Viva Francesco II” e “bandiere bianche sventolate alla Vicaria” (si trattava di “proletari e persone dell’ultima classe del popolo”, secondo le relazioni della pubblica sicurezza), “occulti agitatori” e autori di “atti [o semplicemente “propositi”] sediziosi”, “garibaldini derubati e percossi” e arresti di giovani che “avevano osato profferire parole ingiuriose contro la Sacra Persona di Sua Maestà il Re”, scontri con “facinorosi” o numerosissimi casi di “richieste di notizie sulla morale politica” di impiegati, militari o funzionari pubblici. Non mancavano casi di veri e propri attentati, di arresti di massa o di perquisizioni di interi quartieri solo per l’affissione di qualche manifesto contro il nuovo regime.»
Data creazione : 12/02/2007 - 18:39
Ultima modifica : 21/09/2008 - 19:41
Categoria : Collana Saggi
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