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L’RU 486 è una pillola abortiva, la cosiddetta “pillola del mese dopo”, che consentirebbe l’aborto “leggero”. Comunque si cerchi di indorare questa pillola, si tratta sempre di uno strumento di morte, che il grande genetista Jérome Lejeune definì “pesticida umano”. LA CRONACA
Il protocollo di sperimentazione adottato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, stabilito sin dal 2002 dal ginecologo radicale Silvio Viale, prevede tre momenti diversi:
- somministrazione di mifepristone,
- somministrazione di misoprostol (prostaglandina) dopo 3 giorni
- visita di controllo al termine di 10 giorni.
La sperimentazione, avviata il 10 settembre 2005, avrebbe dovuto coinvolgere 400 donne. Il ministro per la Salute, Francesco Storace, ne ha decretato l’interruzione il 21 settembre successivo: negli 11 giorni di attività erano già stati eseguiti 25 aborti. Il provvedimento del Ministro ha imposto alla struttura ospedaliera procedure più rigide ed il regime di ricovero per le pazienti, anziché quello di day hospital previsto. Il 5 ottobre, il Comitato etico della Regione Piemonte ha dato il via libera alla ripresa della sperimentazione e l’Ospedale Sant’Anna ha comunicato al Ministero della Sanità di aver adeguato le proprie procedure e di poter riprendere la pratica degli aborti farmacologici. CHE COS’E’ LA RU 486 RU-486 è il nome commerciale europeo di un farmaco a base di mifepristone, un inibitore del progesterone che, se assunto precocemente è in grado di arrestare una gravidanza nell’85% circa dei casi; associato a prostaglandine per favorire l’espulsione garantisce il 95% di abortività. La sua efficacia diminuisce dopo il 49° giorno e solitamente non viene utilizzato oltre il 63° giorno, anche se resta efficace per tutto il primo trimestre di gravidanza. L’espulsione dell’embrione, che misura tra i 2 e gli 8 millimetri, avviene inducendo una sorta di aborto spontaneo, entro 4 ore dall'assunzione della pillola nel 66-70% dei casi; entro 24 ore nel 90% dei casi; entro due settimane nel 98%. Le perdite ematiche successive durano in media 9 giorni. La pillola abortiva è nata in Francia, nel 1988, nei laboratori della Roussel-Uclaf, ad opera del ricercatore Emile Emerietenne Baulieu. Da lì si è diffusa rapidamente in Svizzera, Inghilterra, Svezia, Spagna, Olanda, Germania, Austria, Danimarca, Finlandia e Belgio, quindi negli Stati Uniti, Israele, India e persino in Cina. Norvegia, Lussemburgo e Grecia ne hanno chiesto l’autorizzazione a distribuirla. In Italia, Irlanda e Portogallo il prodotto non è ancora registrato ufficialmente. I PRESUNTI “VANTAGGI”
I soli vantaggi nell’uso della RU 486 sono di carattere pratico ed economico: la mancata ospedalizzazione della donna, attraverso il trattamento in day hospital, permette un notevole risparmio alle strutture ospedaliere. Anzi, poiché il pesticida umano non richiede affatto l’esistenza di una struttura ospedaliera, «non sorprende il concreto interesse che molte Fondazioni ed Organismi internazionali, attivi nel campo della pianificazione familiare, dimostrano nei confronti della RU 486. Infatti la scarsa presenza di personale sanitario nel territorio dei paesi meno sviluppati, rende difficile l'aborto come metodica di controllo delle nascite. Un abortivo farmacologico efficace sarebbe la soluzione ideale: l'aborto sarebbe praticabile in assenza del medico, potrebbe essere presentato come la prevenzione di una gravidanza, ecc. Pensiamo che sia questa la ragione per cui, sin dall'inizio, la Fondazione Rockfeller, la Fondazione Ford e diversi organismi delle Nazioni Unite investono uomini e denaro nella ricerca, nella sperimentazione e nella distribuzione del mifepristone». Altro “vantaggio” pubblicizzato dalla propaganda pro-RU 486 sarebbe “l’aborto senza dolore”. In realtà non è vero, dal momento che il meccanismo indotto dagli ormoni è quello del parto e, di conseguenza, si avverte dolore. È per questo che si somministrano antidolorifici insieme alle prostraglandine, ed è per questo stesso motivo che in Francia la pillola abortiva è utilizzata solo dal 20%-30% delle donne.
La polemica politica punta soprattutto su slogan che tirano in ballo una presunta volontà di “colpevolizzare” la donna attraverso l’aborto chirurgico: sottoporre la donna all’intervento di IVG sarebbe, cioè, un modo di “punirla” per la sua scelta; l’uso della pillola abortiva quindi “libererebbe” la donna da questa “ingiustizia”. Non viene spiegato, però, perché mai la legge 194 che legalizzò l’aborto - varata sotto la pressione del fronte femminista e da questo difesa a spada tratta tutt'oggi - dovrebbe avere al fondo un intento punitivo. Un altro slogan in voga ripete che la pillola abortiva avrebbe minore impatto sulla salute femminile rispetto all’aborto chirurgico. Quest’affermazione è totalmente smentita dalla ricerca medica, i cui risultati stanno inducendo diversi Paesi a compiere passi indietro sull’uso diffuso della RU 486. Ad esempio in Cina, dove era in commercio dal 1992 come prodotto da banco, nel 2001 è stata ritirata ed utilizzata solo attraverso rigide procedure ospedaliere. I DANNI CERTI
Infatti, è del 19 luglio 2005 l’ultima nota della statunitense Food and Drug Administration che mette in guardia sui rischi dell’aborto chimico. Dal settembre 2000, quando il mifepristrone a scopo abortivo, con il nome commerciale di Mifeprex, fu introdotto negli Stati Uniti, la FDA ha pubblicato vari rapporti che documentano i numerosi casi di gravi effetti secondari della pillola abortiva sulle donne. Il primo caso di morte da aborto farmacologico fu registrato nel 1991 in Francia, dove il prodotto è in commercio dal 1989; gli ultimi 5 casi di morti settiche sono stati registrati negli Usa fra il 2003 e il 2005, ed esiste una vasta ed esauriente letteratura medica sullo shock tossico da mifepristone, conseguente ad infezione fulminea e letale da batterio Clostridium sordellii. Oltre alle morti per sepsi, sono segnalati numerosi casi di complicazioni, tra cui emorragie, svenimenti, nausea, vomito, crampi addominali, fenomeni ipertensivi. Inoltre, non è infrequente la incompleta o mancata espulsione dell'embrione, che impone di ricorrere comunque alla chirurgia per rimuovere dalla cavità uterina i tessuti non espulsi. Infine, per quel 5% circa di casi in cui la gravidanza prosegue dopo la somministrazione della RU 486, la probabilità di malformazioni fetali è altissima.
Senza arrivare alla gravità delle complicanze descritte, l’aborto chimico risulta essere perfino più devastante di quello chirurgico per quanto riguarda la sindrome post-abortiva, che dà luogo a scompensi di carattere psicologico e psicosomatico anche gravi nella donna sottoposta ad interruzione volontaria della gravidanza. Mancando l’intervento del medico – cha fa drammaticamente da “filtro” tra la scelta di abortire e l’esecuzione dell’aborto stesso - la madre diviene artefice diretta e consapevole dell’atto che provocherà la morte del proprio bambino. Ciò comporta uno stress e un senso di colpa ben più gravi che nell’aborto chirurgico, sui quali si instaura la sindrome post-abortiva. Inoltre, i 10 giorni che intercorrono tra la somministrazione della RU 486 e la visita di controllo finale, vengono vissuti dalla madre in modo più drammatico rispetto alla settimana prevista attualmente dalla Legge 194 che precede l’aborto. Nella situazione attuale, infatti, durante quei giorni, l’embrione è ancora vivo e qualunque ripensamento è ancora possibile; nel caso della RU 486, l’aborto è “in corso” e la madre ne è consapevole e si trova sola di fronte al proprio atto, con tutte le ansie e i timori sull’esito della somministrazione, sugli eventuali danni alla propria salute ecc. CIO’ CHE NON SI DICE Dietro la RU 486 non c’è soltanto l’orrore dell’atto omicida ma c’è ben altro. Come sempre, mascherato da “progresso”, spacciato per “diritto”, contrabbandato per “civiltà”, c’è l’ennesimo attacco all’uomo ed al senso della sue esistenza. Lo spiega con estrema chiarezza il prof. Victor Tambone, docente presso l’ Università Campus Bio-medico di Roma: «Baulieu è stato molto esplicito nel mostrare ciò che è il progetto ideologico che si trova dietro alla nozione (da lui coniata) di "contragestione": si tratta della soppressione culturale della coscienza dell'aborto. Si tratta del desiderio di privatizzare ulteriormente questo tema, questo tipo di intervento, cercando una soluzione molecolare ad un problema biologico. Non si tratta soltanto di eliminare il senso di colpa legato all'aborto, ma di ridurre la trasmissione della vita umana a qualcosa di essenzialmente fisiologico: l'embrione diventa in questo modo soltanto un tessuto ormono-dipendente, il cui sviluppo e sopravvivenza può essere "regolato" attraverso antiormoni. È un progetto ideologicamente molto serio, poiché si va al di là della negazione dei diritti dell'embrione puntando addirittura a negarne la reale esistenza. […] Questo indirizzo antropologico penso che acquisti una certa luce interpretativa dalle parole di P. Simon che L. Melina [Livio Melina è docente ordinario di Teologia morale presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II e Direttore dell’Area di Ricerca sulla Teologia Morale presso la Pontificia Università Lateranense n.d.r.] cita, e che riportiamo testualmente: "Se la grande vittoria della medicina nel passato fu quella di far indietreggiare la morte, la seconda vittoria sarà quella di cambiare la nozione stessa della vita ... La vita umana perde oggi il suo carattere assoluto che aveva nella Genesi o per Aristotele o Buffon, per divenire un concetto che si modella ed evolve a seconda delle leggi, delle idee, della conoscenza. La vita è ciò che fanno i viventi: è la cultura che la determina. La revisione della nozione di vita indotta dalla contraccezione, trasformerà la società intera nel suo complesso".».
Victor Tambone, Valutazione morale dell'uso abortivo e clinico della RU 486, Società Editrice Universo, Roma 1999
Data creazione : 09/10/2005 - 20:18
Ultima modifica : 19/11/2005 - 21:36
Categoria : Difesa della Vita
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