«Veniamo adesso al nostro tema, la propaganda nei giornali giacobini.
Il carattere essenziale di questa propaganda, che plasma e informa di sé tutta la stampa del semestre repubblicano, tanto per essere chiari, è la menzogna. Essa percorre ogni colonna, dilaga in ogni riga dei periodici rivoluzionari, imperversando con maniere e gradazioni differenti: ora impronta, avvelenandoli, i toni della prosa, ora stravolge i fatti fino ad oltrepassare la soglia del ridicolo, ora, infine, deforma e nasconde la verità con un ghigno sinistro che gli apologeti nostri contemporanei vorrebbero spacciare per “passione civile”.

 

La manifestazione della menzogna si realizza nel Monitore e nei suoi fratelli più o meno minori essenzialmente attraverso quattro strategie: la completa subalternità politica e ideologica che induce i giacobini a travisare il vero presentando contro ogni evidenza gli invasori francesi come bonari apostoli di libertà e di pace; la sistematica feroce diffamazione dell’avversarlo; la pura e semplice diffusione di notizie false; e infine, l’uso fraudolento di parole-chiave del linguaggio religioso al fine di creare perplessità e disorientamento nei naturali nemici del processo rivoluzionario. Mostrerò quindi, con un metodo un po’ “rapsodico”, alcuni esempi tratti dai giornali elencati in precedenza, come altrettanti “campioni” dell’uso consapevole e sistematico della menzogna attuato dalla stampa repubblicana.

 

Ancora una volta è giocoforza cominciare col Monitore, considerata la sua importanza “quantitativa” e “qualitativa”. Si tratta del periodico giacobino che vanta il maggior numero di uscite e che nutre maggiori ambizioni politiche. La de Fonseca Pimentel, inoltre, vi impegna senza risparmio tutto l’armamentario della menzogna, poco sopra inventariato.

 

E a proposito della completa subalternità agli invasori, iniziamo bene, anzi male­, sin dal numero 1 del Monitore (Sabato 14 Piovoso, 2 febbraio 1799): già nelle prime righe troviamo uno splendido esempio di capovolgimento dei dati della realtà finalizzato all’esaltazione dell’armata francese occupante. La nostra scrittrice, giornalista, poetessa, patriota, nonché protofemminista, declama alata:

 

Siam liberi in fine, ed è giunto anche per noi il giorno, in cui possiam pronunciare i sacri nomi di libertà e di uguaglianza, ed annunciarne alla Repubblica Madre, come suoi degni figliuoli; a’ popoli liberi d’Italia, e d’Europa, come loro degni confratelli.

 

[… ] Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, è ciò in seguela dell’impegno sollenne ch’essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, ch’essa ha conquistati per voi. Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi per i diritti della sua proprietà: un grand’interesse ha stimolato i tiranni a’ grandissimi sforzi ch’hanno fatto per calunniare agl’ occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della Nazion francese; ma pochi giorni son necessari ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose prevenzioni, di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili.

 

[… ] L’organizzazione della rapina e dell’assassinio, dall’ultimo re vostro imaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, qual un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagion del male, facil cosa sarà arrestar gli effetti, e di ripararne queste conseguenze”.»